Video blog casetta 31
VAI A: Video blog Casetta 31. Qui l’autonomia è di casa
Condividete con noi il nostro modo di guardare alle diversità. Lo sforzo che dobbiamo fare tutti insieme è quello di provare a cambiare lo sguardo…. per una società più equa e solidale dove c’è posto per tutti!
TEATRO CASALETTO
Riprende il laboratorio teatrale della compagnia instabile de Gli Amici Speciali.
Dal 20 settembre 2025 ore 10
L'appuntamento è, come al solito, tutti i sabati dalle ore 10,00 fino alle ore 13,00
presso la Parrocchia di Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi
in via Chiusdino 16, 00148 Roma
Direzione artistica Wladimiro Sist
Vi aspettiamo!!
RICETTE DI CONVIVENZA
SI SA ... NELLA NOSTRA PASTICCERIA NE FACCIAMO IN
QUANTITA'... MA QUESTE SONO SPECIALI!

INTERVISTA A SILVANA
INTERVISTA A SILVANA GIOVANNINI

Se dovessi stabilire una data di quando è iniziato tutto questo, potrei dire che già a 15 anni facevo volontariato al don Guanella. Mi piaceva molto. Poi certo, la nascita di Marco ha sancito il mio ingresso nella disabilità. Marco ha subito un’asfissia prenatale: è stato ricoverato un mese e mezzo. Quando è stato dimesso, i medici non mi avevano detto che aveva avuto lesioni cerebrali.
“Va tutto bene, signora”.
Per me era il primo figlio: io non avevo nessuna esperienza con i bambini, quindi mi affidavo ai medici. Però, non so se per un sesto senso, non so se perché una madre lo sa d’istinto, mi sono subito resa conto che c’era qualcosa che non andava, perché Marco non mi guardava mai, mi fissava sempre e solo in un punto. Lo dicevo ai medici e loro mi rispondevano che ero troppo stressata e che la soluzione era di non guardarlo troppo. Verso i 5 mesi però Marco non cercava di acchiappare le cose, come fanno i bambini. Per fortuna – o anche stavolta per istinto – appena uscito dalla rianimazione, avevo cominciato a stimolarlo, perché avevo letto che i bambini che non avevano avuto il contatto con la mamma, potevano avere delle ripercussioni psicologiche.
Così io e mio marito abbiamo preso delle ciotole e le abbiamo riempite una di borotalco, un’altra di riso, un’altra ancora di pasta e una di pangrattato, tutte con consistenze diverse e facevamo 5 minuti sotto i piedini e 5 sotto le manine. Mi piace pensare che questa cosa l’abbia aiutato. Poi verso i 6/7 mesi abbiamo iniziato a fare riabilitazione, sempre preventiva, perché per i medici andava ancora tutto bene. A otto mesi finalmente il pediatra disse: “facciamo una risonanza magnetica”. All’epoca, 35 anni fa, le risonanze magnetiche erano oggetti misteriosi. La diagnosi ovviamente fu infausta: Marco non avrebbe camminato, non avrebbe parlato, sarebbe stato un vegetale. Io non so per quanto tempo ho pianto, forse un anno intero, tutte le notti.
Piangevo sempre: devo dire grazie a mio marito che mi ha veramente sostenuto. Poi una mattina mi sono svegliata e mi sono detta: ma che sei scema? Non devi piangere, devi aiutare tuo figlio. Così l’ho mandato all’asilo nido a 17 mesi contro il parere della neuropsichiatra. Io non sono una che non ha più lavorato perché aveva il figlio disabile.
Ho preso i sei mesi di aspettativa, un mese di ferie e poi sono tornata a lavorare. Qualche mese è stato con mia madre, però volevo che Marco fosse stimolato. L’ho iscritto al nido che ancora non camminava. Dopo un mese, Marco ha camminato. E da lì abbiamo cominciato a lavorare. Mi sono fatta subito nominare nel Comitato di gestione dell’asilo nido, perché non c’era ancora la legge 104: era tutto lasciato alla buona volontà delle educatrici.
Come rappresentante di famiglia, cominciai subito a martellare il Comune. A quel tempo avevo 28 anni. Poi mi sono accorta che altre mamme erano rimaste intrappolate nel loro dolore, come lo ero stata io nel primo anno di vita di Marco. Quindi ho deciso di mettermi in gioco anche per gli altri: ho costituito un “comitato di genitori utenti disabili minori ASL RME”. Abbiamo fatto un sacco di lotte: per la fisioterapia, per la scuola, per il sostegno, i centri estivi. Non c’era niente allora. È così che è cominciata.
Fino a che arriviamo al 2003, quando incontro altri genitori – poi fondatori della nostra associazione – in via Portuense 227, dove era la sede di una cooperativa sociale, che portava avanti progetti di autonomia sociale per ragazzi con disabilità cognitiva. Ci siamo conosciuti lì, ma ognuno di noi veniva da una parte diversa di Roma. Nel 2006 purtroppo muore Ylenia, una delle ragazze che frequentava il centro. Avevamo già deciso di costituire un’associazione che avesse un’idea diversa della disabilità. Volevamo che i nostri ragazzi avessero pari dignità sociale e che non fossero considerati solo utenti da assistere.
Nasce così Ylenia e gli amici speciali. All’inizio eravamo tutti volontari, ci siamo proprio inventati le cose. Mi ricordo che il primo progetto in assoluto è stato il soggiorno estivo per i ragazzi, perché volevano passare le vacanze insieme, e non divisi con le asl di appartenenza. Lavoravamo di notte, il sabato, la domenica, durante le feste.
Il giro di boa è stato il finanziamento ricevuto grazie all’8 x 1000 della Tavola Valdese, il nostro primo progetto dedicato al Dopo di Noi. Da allora la Tavola Valdese non ci ha mai fatto mancare il suo sostegno. Lo scorso anno ha finanziato il terzo anno di ‘31 Casette’ e quest’anno il progetto ‘Mastri Biscottai diventa Impresa Sociale’.
Ora mi dedico quasi completamente all’associazione, che è diventata un ente gestore. All’interno coabitano diverse anime: quella che vuole essere di aiuto affinché tutte le persone vedano realizzati i propri diritti; quella che vuole dare una possibilità di realizzazione ai ragazzi attraverso il biscottificio; quella che vuole rendere autonomi i ragazzi dalle famiglie attraverso il progetto residenziale. In tutti questi anni ho imparato a non fermarmi di fronte a “non è previsto”. Vado avanti, avendo chiara la mia meta: voglio vedere realizzato il desiderio di mio figlio e di tutti gli altri ragazzi, di sentirsi utili, di lavorare e di vivere insieme.

intervista a Maria Rosaria Simeone
INTERVISTA A MARIA ROSARIA

Si può dire che il mio contatto con la disabilità è avvenuto per lavoro. Dopo la laurea in scienze biologiche, ho cominciato a insegnare matematica. Solo dopo mi sono specializzata nel sostegno. La prima persona che ha colto, più di 30 anni fa, la mia propensione ad andare incontro all’altro è stata la preside Coppola.
Insegnavo a Laurentino 38, un quartiere con un’alta densità di ragazzi in difficoltà. A scuola le classi erano sovraffollate: in ognuna, c’erano circa 30/35 ragazzi. C’era anche Giancarlo: aveva una leggera zoppia, ma quello era il minore dei suoi problemi. Veniva da una famiglia con pochi mezzi: sociali, culturali e pure economici. Era noto per essere uno problematico. Così, quando entrai in classe, decisi che il primo ad avere la mia attenzione sarebbe stato lui. Tutti i giorni gli chiedevo di farmi vedere il quaderno e Giancarlo ne era contento: finalmente qualcuno lo vedeva. Non era più il disturbatore che tutti si aspettavano. Un giorno la preside mi mandò a chiamare.
Che ho fatto?
Invece del rimprovero che mi aspettavo, mi dice: ha mai pensato di prendere la specializzazione per il sostegno? Di impulso ho detto sì, poi ho pensato: e se non ce la faccio? E se poi rimango schiacciata dai problemi di tutti? I se alla fine sono stati spazzati via dalla volontà di fare qualcosa che riuscisse ad accorciare la distanza tra questi ragazzi e il mondo. La mia laurea in biologia mi ha aiutata: volevo conoscere, scavare, capire. Per due anni, dopo il lavoro andavo alla scuola di specializzazione per il sostegno, non è stato facile, ma ormai avevo chiara la direzione.
Con tutti i ragazzi che ho conosciuto, non ho mai avuto un atteggiamento pietistico. Mai. Mi sono sempre relazionata in modo diretto, senza fare sconti. Il mio obiettivo era quello di scovare e dare un’opportunità alle abilità inespresse che ognuno di loro aveva. Una volta un ragazzo mi ha detto: mi tratti come una persona normale. Bello e terribile allo stesso tempo. Tutti noi abbiamo specifiche abilità, nessuno di noi è capace in tutto. La vita poi non è nemmeno un pallottoliere in cui inanellare una competenza dietro l’altra.
In ognuno, io guardo i punti di forza, perché è su quelli che devi concentrarti, affinché il ragazzo si senta soddisfatto e sia consapevole di vivere una vita che valga la pena di essere vissuta. Non mi sono mai fermata davanti a un “non si può fare”, “ma che sei matta?” Io provo. Non mi spaventa se la direzione non è quella giusta: se non va, ne troviamo un’altra. Però mi metto in cammino con loro, non rimango ferma.
Quando ho lavorato all’istituto alberghiero, non mi rassegnavo all’idea che i ragazzi con difficoltà tenuti lontani da quelle discipline che potevano presentare difficoltà o pericoli: così ho cominciato a farli lavorare con le mani, a impastare. Impasti di tutte le tipologie! Con un collega di cucina, pasticciere, che mi guidava e confortava.
Funzione strumentale nella scuola dell’autonomia, decido di presentare un progetto, coinvolgo vari docenti, gli alunni e le loro famiglie, ottengo l’approvazione del Collegio Docenti e del Consiglio di Istituto. Un progetto ha senso se intende realizzare una idea o affrontare un problema e risolverlo.
Per noi c’era sia l’una che l’altro. Perché i ragazzi che frequentavano la nostra scuola, dopo aver conseguito abilità e competenze avrebbero dovuto affrontare un problema: non avrebbero mai avuto l’opportunità di uno sbocco lavorativo. Nasce così nel luglio del 2002 la cooperativa sociale di tipo B “Con …gli altri”, con l’approvazione della Dirigente Scolastica Prof.ssa Giulia Leone e la dirigente Amministrativa dott.sa Lucia Renzicchi; i soci fondatori sono gli alunni con disabilità dell’IPSSAR Tor Carbone, soci volontari i docenti curriculari e docenti di sostegno, soci sostenitori alcuni genitori, volontari anche loro.
Un supporto significativo è stato quello della Tavola Valdese che nel 2015 ha finanziato alcune borse lavoro di ragazzi della cooperativa e negli anni a seguire anche dell’associazione YAS con cui camminiamo insieme. Nel 2021-2022 abbiamo realizzato, in partnership con YAS e Pomerium Onlus, il progetto 31 Casette dove mi sono occupata del laboratorio di cucina.
Lungo la strada ho incontrato tante persone che mi hanno aiutata a realizzare progetti che molti credevano impossibili: l’umanità è davvero migliore di quello che si pensa. Lo dico sempre: dammi solo uno spiraglio di possibilità, e vedrai che ce la faccio. Anzi, ce la facciamo.

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31 CASETTE
31 CASETTE

Dal 2016, grazie al supporto della Tavola Valdese che ha creduto in noi e continua dopo tre anni a non farci mancare il suo prezioso sostegno, abbiamo avviato un percorso crediamo virtuoso per far raggiungere a giovani con disabilità gravi le autonomie possibili e lo svincolo dalla famiglia di origine. Con il progetto 31 CASETTE ci si occupa di percorsi di autonomia abitativa per avviare a una convivenza stabile di gruppi amicali di ragazzi che possano vivere insieme come famiglie. Il progetto si svolge dalla fine del 2022 in due appartamenti in locazione nel quartiere Portuense. In questi due appartamenti realizzano quello che si chiama Durante Noi, ovvero l’accompagnamento al Dopo di Noi, una palestra abitativa in cui le famiglie cominciano a distaccarsi dai figli, i ragazzi imparano a vivere lontani dal nucleo di origine, a essere più indipendenti e soprattutto a realizzare relazioni affettive tra loro, rapporti di mutuo aiuto in quelle che poi diventeranno le loro famiglie di elezione. Nel frattempo si dedicano a progettualità di empowerment, inteso come potenziamento di identità adulte, con riferimento a qualsiasi ambito della vita di ciascuno, riflettendo come e con quali strumenti sia possibile inserire attivamente questi giovani nella società. Dunque: trasformare cittadini ‘passivi’ e assistiti in cittadini attivi e risorse per loro stessi e la comunità in cui vivono.



